DIPINGERE IL TANGO
 
 
 

 

 

    La pittrice Alba Laura Arciello trascorse intere serate fino all’alba nelle tanguerías di Buenos Aires in cerca del disegno dei ballerini di tango che ora ritrovo nei suoi quadri. Nelle discoteche argentine, dette “Milongas”, dove il tango la fa da padrone, l’artista napoletana non ha perso uno sguardo, un passo, un “corte” di quell’uomo e quella donna che inconsapevolmente tessono ciò che nessuno sa veramente cos’è: il tango.

    Se immagino Alba Laura seduta in una tanguería  porteña, non posso non pensare al poeta Dino Campana e alla sua “Notte triste”, quando suonava ad orecchio  il pianoforte nei bordelli dei bassifondi di Buenos Aires, dove si ballava la “milonga con cortes”, cioè il tango. Del suo soggiorno in Argentina, tra la fine del 1907 e l’inizio del 1909, l’autore dei Canti Orfici portò con sé no solo il ricordo della pampa vergine e della creola dagli occhi neri e scintillanti, ma anche il primitivo ritmo del tango. Ed è là, in quei bordelli che, improvvisando si impadronì della melodia delle “nenie argentine” che poi evocò sottovoce per suo amico, Mario Bejor, per le vie di Bologna. Dando prova di non aver dimenticato, ci lasciò nel segreto di Fantasia su un quadro d’Ardengo Soffici, un po’ di quella “milonga con cortes”, che suonava nei bordelli per fame:

 

       Faccia, zig zag anatomico che oscura

              la passione torva di una vecchia luna

Che guarda sospesa al soffitto

In un taverna cafè chantant

D’America….

 

    Mi viene in mente un altro italiano illustre, l’ingegnere Carlo Emilio Gadda, che nel 1922, in viaggio da Buenos Aires a Resistencia, sedette a un caffè di duecento tavoli della capitale argentina ad ascoltare il tango. In quel bar che non somiglia alla tanguería d’oggi, osservava “l’agitata combriccola dell’orchestra: i dodici epilettici titolari, sei negri, sei pallidi” e ascoltava “la selvaggia, sincopata nenia del tango, acre, disperato, autentico…” .

    Di ritorno in patria, non scrisse versi al ritmo del tango come Campana, ma evocò quelle emozioni avute per la prima volta un tango al caffè di duecento tavoli. Più tardi avvertì che i tangos uditi in Europa gli sembravano “una trascrizione depotenziata, immelensita, dalla cruda e nostalgica acerbezza degli originali”.

    Forse per questa ragione Alba Laura volle recarsi a Buenos Aires per vedere e poi dipingere il tango, quello vero, autentico.

  “ Trasnochando” nelle “tanguerías”, in estasi, ignorò le offese italiane al “pensiero triste che si balla” lanciate da F.T. Marinetti, nel 1914. Che importa, disse a sé stessa, se il padre del Futurismo vide nel tango “lenti e paziente funerali del sesso morto” e “un romanticismo sentimentale decadente e paralitico verso la Donna fatale di cartapesta”.

    Lei vide un’altra cosa.

    Che importa allora se Marinetti si scagliò contro il tango e lo definì:

 

        Contagocce dell’amore. Miniatura delle angoscie sessuali. Zucchero filato del desiderio. Lussuria all’aria aperta. Delirium tremens. Mani e piedi d’alcolizzati. Mimica del coito per cinematografo. Valzer masturbato…

         Possedere una donna, non è strofinarsi contro di essa, ma penetrarla.

        -Barbaro!

       Un ginocchio fra le coscie? Eh via! Ce ne vogliono due!

       -Barbaro!

       Ebbene. Sì, siamo barbari! Abbasso il tango e i suoi cadenzati deliqui.  Vi pare dunque molto divertente guardarvi l’un l’altro nella bocca e curarvi i denti estaticamente l’un l’altro, come due dentisti allucinati Strappare?…Piombare?…Vi pare dunque molto divertente inarcarvi disperatamente l’uno sull’altro per sbottigliarvi a vicenda lo spasimo, senza mai riuscirvi?…o fissare la punta delle vostre scarpe, come calzolai ipnotizzati?…

    

    Che importa se Marinetti scrisse tutto ciò: Alba Laura sembra rispondergli con le immagini rubate nelle tanguerías porteñas e poi ricreate nel suo atelier romano, seguendo una sua personale visione della donna e dell’uomo del tango. Le bastano tre o quattro tratti, un po’ di blu  e un po’ di giallo e di rosso per i volti delle sue femmine che dominano la scena, anche nella sensuale, impavida stretta del maschio.

    Nella sua Galeria-tango, l’artista è fedele a se stessa. “Narra con la pittura, ha osservato duccio Trombadori, una singolare parabola che riguarda l’incerto destino dei due sessi – il maschile e il femminile – in mezzo ai flutti del divenire moderno. In ciò consiste l’aspetto invitante, o meglio seducente, che costituisce l’accento personale del suo stile”.

    Cara Alba Laura: il tango è un po’ l’infanzia del mio Paese. oggi la tua pittura mi restituisce  quel tempo che credevo perduto.

                                                                                                                               

 

                                                                                                                             Gabriel Cacho Millet

 

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